LEARN ITALIAN - Ti racconto una storia - LISTENING and READING in ITALIAN (B2, C1, C2 levels) - Parte 1

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LEARN ITALIAN - Ti racconto una storia - LISTENING and READING in ITALIAN (B2, C1, C2 levels) - Parte 1

Ciao Ciurma,

Come state? How are you guys?

This is the first video of my new "rubrica" ( = column): Ti racconto una storia.

Every Sunday I will upload a video where I read a story in Italian :)

In this video I am reading a Luigi Pirandello's story and it is recommended to (at least) B2 students.

If your knowledge of the language is not yet that good, I will make other reading videos for you :)

After the video, you will find the adapted version of La Patente di Luigi Pirandello.

BUON ASCOLTO!


 

 

LA PATENTE

 

di Luigi Pirandello

 

Con quale inflessione di voce e quale atteggiamento d'occhi e di mani, curvandosi, come chi regge rassegnatamente sulle spalle un peso insopportabile, il magro giudice D'Andrea soleva ripetere: «Ah, figlio caro!» a chiunque gli facesse qualche scherzosa osservazione per il suo strambo modo di vivere!

Non era ancora vecchio; poteva avere appena quarant'anni; ma bisognava immaginare cose stranissime e quasi inverosimili [...] per giungere a una qualche approssimativa spiegazione di quel prodotto umano che si chiamava il giudice D'Andrea.

 

[…] Cosí sbilenco, con una spalla piú alta dell'altra, camminava di traverso, come i cani. Nessuno però, moralmente, sapeva rigar piú diritto di lui. Lo dicevano tutti.

 

Vedere, non aveva potuto vedere molte cose, il giudice D'Andrea; ma certo moltissime ne aveva pensate, e quando il pensare è piú triste, cioè di notte. Il giudice D'Andrea non riusciva a dormire. Passava quasi tutte le notti alla finestra a spazzolarsi i suoi capelli neri con una mano, con gli occhi alle stelle [...]; e con le piú vive creava figure geometriche, di triangoli e di quadrati […].

 

Il pensare cosí di notte, però, non conferisce molto alla salute. […].

 

E al giudice D'Andrea, quando si faceva giorno, pareva una cosa buffa e atroce nello stesso tempo, che egli dovesse recarsi al suo ufficio d'Istruzione ad amministrare […] la giustizia ai piccoli poveri uomini feroci. Come non dormiva lui, cosí sul suo tavolino dell'ufficio non lasciava mai dormire nessun incartamento, anche a costo di ritardare di due o tre ore il desinare e di rinunciar la sera, prima di cena, alla solita passeggiata coi colleghi per il viale attorno alle mura del paese.

 

Questa puntualità, considerata da lui come dovere imprescindibile, gli accresceva terribilmente il supplizio. Non solo amministrare la giustizia gli toccava; ma d'amministrarla cosí, su due piedi.

Per poter essere meno frettolosamente puntuale, credeva d'aiutarsi meditando la notte. Ma, neanche a farlo apposta, durante la notte, spazzolando con la mano quei suoi capelli neri e guardando le stelle, gli venivano tutti i pensieri contrari a quelli che dovevano fare al caso suo, data la sua qualità di giudice istruttore; cosí che, la mattina dopo, anziché aiutata, vedeva insidiata e ostacolata la sua puntualità da quei pensieri della notte […].

 

Eppure, per la prima volta, da circa una settimana, dormiva un incartamento sul tavolino del giudice D'Andrea. E per quel processo che stava lí da tanti giorni in attesa, egli era in preda a una irritazione smaniosa, a una tetraggine soffocante.

 

Si sprofondava tanto in questa tetraggine, che gli occhi aggrottati, a un certo punto, gli si chiudevano. Con la penna in mano, dritto sul busto, il giudice D'Andrea si metteva allora a pisolare […].

 

Appena, o per qualche rumore o per un crollo piú forte del capo, si risvegliava, gli occhi gli andavano lí, a quell'angolo del tavolino dove giaceva l'incartamento, voltava la faccia e, serrando le labbra, tirava con le narici fischianti aria aria aria e la mandava dentro, quanto piú dentro poteva, […], poi la ributtava via spalancando la bocca con un versaccio di nausea, e subito si portava una mano sul naso adunco a regger le lenti che, per il sudore, gli scivolavano.

 

Era veramente sfavorevole quel processo là: sfavorevole perché includeva una spietata ingiustizia contro alla quale un povero uomo tentava disperatamente di ribellarsi senza alcuna probabilità di scampo. C'era in quel processo una vittima che non poteva prendersela con nessuno. Aveva voluto prendersela […], coi primi due che gli erano capitati sotto mano, e – sissignori – la giustizia doveva dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo cosí, ferocemente, l'ingiustizia di cui quel povero uomo era vittima.

 

A passeggio, tentava di parlarne coi colleghi; ma questi, appena egli faceva il nome del Chiàrchiaro, cioè di colui che aveva intentato il processo, si alteravano in viso e si ficcavano subito una mano in tasca a stringervi una chiave, o sotto sotto allungavano l'indice e il mignolo a far le corna […].

 

Qualcuno, piú francamente, prorompeva

Per la Madonna Santissima, ti vuoi star zitto?

 

Ma non poteva starsi zitto il magro giudice D'Andrea. Se n'era fatta proprio una fissazione, di quel processo. […] Per avere un qualche parere dai colleghi, ne parlava in modo astratto. Perché, in verità, era un caso insolito e speciosissimo: quello di uno iettatore che si querelava per diffamazione contro le prime due persone che aveva visto fare gli scongiuri di rito al suo passaggio.

 

Diffamazione? Ma che diffamazione, povero disgraziato, se già da qualche anno era diffusissima in tutto il paese la sua fama di iettatore? Se innumerevoli testimoni potevano venire in tribunale a giurare che egli in tante e tante occasioni aveva dato segno di conoscere quella sua fama, ribellandosi con proteste violente? Come condannare, in coscienza, quei due giovanotti quali diffamatori per aver fatto al passaggio di lui il gesto che da tanto solevano fare apertamente tutti gli altri, e primi fra tutti – eccoli là – gli stessi giudici?

 

E il D'Andrea si struggeva; si struggeva di piú incontrando per strada gli avvocati, nelle cui mani si erano messi quei due giovanotti, l'esile e patitissimo avvocato Grigli […] e il grasso Manin Baracca, il quale [...] prometteva ai concittadini che presto in tribunale sarebbe stata per tutti una magnifica festa.

 

Dunque, proprio per non dare al paese lo spettacolo di quella «magnifica festa» alle spalle d'un povero disgraziato, il giudice D'Andrea decise di mandare un usciere a casa del Chiàrchiaro per invitarlo a venire all'ufficio d'Istruzione. Anche a costo di pagar lui le spese, voleva indurlo a desistere dalla querela, dimostrandogli […] che quei due giovanotti non potevano essere condannati, secondo giustizia, e che dalla loro assoluzione inevitabile sarebbe venuto a lui certamente maggior danno, una piú crudele persecuzione.

 

[…] Ma ahimè, quanto è difficile far del bene a chi non vuole cambiare idea?

 

Se n'accorse bene quella volta il giudice D'Andrea, appena alzò gli occhi a guardare il Chiàrchiaro, che era entrato nella stanza, mentre egli era intento a scrivere. Ebbe uno scatto violentissimo e buttò all'aria le carte, balzando in piedi e gridandogli:

 

Ma fatemi il piacere! Che storie son queste? Vergognatevi!

 

 

Testo riadattato de “La Patente” di Luigi Pirandello

 

 

 

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Ci vediamo al prossimo video :)

Ciaoooo!!!

Simona


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